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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-05-23 ad oggi 2010-05-23 Sintesi (Più sotto trovate gli articoli)

IL TRIONFO Doppietta di Milito, Inter nella storia

Battuto il Bayern 2-0, nerazzurri campioni 45 anni dopo

MILANO - L'esilio è finito. I ricordi in bianco e nero pure: 45 anni dopo, l'Inter è di nuovo campione d'Europa. Nella finale di Madrid, il Bayern Monaco è stato battuto 2-0, con una doppietta di Diego Milito ("sono felicissimo, una gioia mai provata"). L'argentino ha segnato al 35' e al 70' in una partita in cui la squadra di Mourinho è stata in difficoltà solo nella parte centrale della ripresa.

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Internet, l'informatore, ll Giornalista, la stampa, la TV, la Radio, devono innanzi tutto informare correttamente sul Pensiero dell'Intervistato, Avvenimento, Fatto, pena la decadenza dal Diritto e Libertà di Testimoniare.. Poi si deve esprimere separatamente e distintamente il proprio personale giudizio..

 

Il Mio Pensiero (Vedi il "Libro dei Miei Pensieri"html PDF ):

…..

Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi - dal 2010-05-23 ad oggi 2010-05-23

AVVENIRE

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2010-05-23

 

22 Maggio 2010

Champions League

Il trionfo dell'Inter

sul tetto d'Europa

Inno alla gioia. Grandissima, incontenibile. Gioia che azzera conteggi temporali che sembravano inesorabili, infiniti: 45 anni cancellati con tre fischi, quelli con i quali l’arbitro Webb decreta che la finale di Champions League 2010 è terminata e l’Inter, finalmente, è campione d’Europa.

Un traguardo così importante, così significativo da accantonare - almeno nell’immediato - l’impresa della conquista, prima squadra italiana di sempre, del campionato, della Coppa Europea e della Coppa Italia nella stessa stagione. Un ingresso nella storia con due firme in calce: la prima è quella di Diego Milito, giunto a laurearsi fenomeno a 30 anni. La seconda è quella di José Mourinho, l’uomo che, smaltiti i fumi di una festa senza precedenti, renderà più amaro il calice della vittoria con il suo addio.

Mourinho che ha forse ingannato il suo exmentore Van Gaal prendendo in mano il match, dimostrando di non volere battere la strada dell’attendismo, del contropiede. Il Bayern passa per la prima volta la metà campo dopo 2’30' a causa di un’Inter corta, aggressiva, che cerca di sorprendere con gli inserimenti i lenti centrali dei tedeschi e difende rabbiosamente anche con i Pandev, gli Sneijder, tutti pronti a raddoppiare, triplicare - anche con le cattive - su Robben, l’uomo da narcotizzare.

Gli altri avversari non appaiono granché, i ritmi del Bayern sono annacquati. Non è molle, invece, la convinzione, l’atteggiamento: quando sfugge alla gabbia, e specie all’incerto Chivu, Robben fa correre brividi. E su una palla alta in area, calciata dall’angolo, l’Inter usa il primo bonus della sera uscendo indenne da una situazione assai dubbia in area (braccio aperto di Maicon su colpo di testa di Van Buyten, 15’). Situazioni che accrescono la fiducia dei bavaresi, che ci cascano con tutte le scarpe: gli spazi, nella metà campo del Bayern, si dilatano. Con quei centrali, è un’auto-condanna: basta un rinvio di Julio Cesar per lanciare al gol Sneijder e Milito: sponda di testa del Principe, assist dell’olandese sulla corsa del compagno partito nel corridoio aperto da De Michelis e raffinato tocco alle spalle di Butt (34’).

E’ il gol che spalanca le porte verso la partita perfetta per Mourinho: nove dietro la linea della palla e tanti saluti a chi, a cominciare da Van Gaal, stigmatizza chi non gioca per lo spettacolo. Tanto il decimo interista che rimane solo davanti è Milito, assolutamente straordinario nel difendere e giocare la palla a vantaggio di compagni che schizzano come palline da flipper: Sneijder, già prima dell’intervallo, fallisce il raddoppio dopo un altro duetto con l’argentino.

All’inizio della ripresa, l’Inter si gioca anche il secondo lasciapassare verso la gloria: calcio d’inizio, nerazzurri ancora non sintonizzati, Mueller, per fortuna dei 35mila interisti sugli spalti, non è Milito, benedetto è il piede di Julio Cesar che respinge. Poi è solo variazione sul tema dei battiti cardiaci tra scariche elettriche interiste (Pandev al 47’, bravo Butt, grande ancora - Milito) e spallate Bayern che fanno tremare il fortino Inter salvato da Cambiasso, Samuel, da Julio Cesar grande su Robben (66’) sul quale Mourinho, con un filo di ritardo, riporta Zanetti (fuori Chivu, Stankovic a centrocampo). Reggere e aspettare, è la parola d’ordine: aspettare che Milito abbia di fronte a sé la palla, un avversario, uno spazio. Succede al 70’, l’uno contro uno con Van Buyten e la soluzione finale sono il compendio di un genio realizzativo, di un talento rimasto incomprensibilmente distante dall’Olimpo (70’). Tutto il resto, a dispetto dell’orgoglio del Bayern, è discesa controllata in campo e senza freni sugli spalti fino al magnifico atterraggio. Nel nome del padre, Massimo Moratti raggiunge dopo 15 anni sofferti, controversi e tremendamente dispendiosi per il nervo e per il portafoglio, l’obbiettivo che si era prefisso fin dal giorno in cui tornò a legare la sua famiglia alla Beneamata. Nella mente del presidente e di tutto un popolo, i fotogrammi della memoria - personale o ereditata - di un trionfo lasciano il bianco e nero, e si colorano di emozioni che non passeranno più. L’ex-pazza Inter è campione dei campioni. Il ruolo perfetto per cominciare, da domani, una nuova storia.

Andrea Saronni

 

 

 

 

 

 

 

CORRIERE della SERA

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2010-05-23

"marca": IL TECNICO POTREBBE FIRMARE CON IL REAL tra martedì e mercoledì

Festa nerazzurra, 50mila tifosi a San Siro

Hanno atteso i giocatori atterrati a Malpensa alle 5, fuochi d'artificio e cori. Ma Mourinho resta a Madrid

Tifosi in festa a San Siro (Ansa)

MILANO - Quella dei nerazzurri è stata una lunga e bellissima notte conclusa a San Siro davanti a 50mila tifosi in estasi. Si chiude all'alba la grande festa dell'Inter, tornata sul tetto d'Europa a 45 anni dall'ultimo successo degli "Invincibili" di Helenio Herrera. Una festa iniziata al triplice fischio dell'arbitro Webb, con Zanetti che alza la Coppa dalle grandi orecchie al Santiago Bernabeu per il delirio dei 22mila tifosi volati in Spagna e una Milano completamente impazzita di gioia a sciamare per le strade dopo avere invaso piazza Duomo, sin dal pomeriggio di sabato, con una marea colorata, chiassosa e festante. Marea che, a partire dalle 2, si è riversata sullo stadio Meazza mentre un drappello, nutrito e corposo, si era spinto, già dalla mezzanotte, fino a Malpensa per onorare gli eroi al loro arrivo da Madrid.

NOTTE LEGGENDARIA - Decollato dall'aeroporto di Barajas, l'aereo interista è atterrato allo scalo varesino alle 5: capitan Zanetti, sceso per primo dalla scaletta anteriore, ha mostrato la Coppa dei Campioni a fotografi e telecamere, seguito da tutto il resto della squadra e dello staff. Nell'ultimo passaggio di una notte leggendaria, i giocatori nerazzurri si sono diretti allo stadio Meazza, dove sono stati accolti da circa 50mila tifosi festanti, fuochi d'artificio e cori. In un tripudio di fumogeni e striscioni, la squadra - in un lungo giro di campo - ha presentato ai tifosi rimasti in Italia la Coppa dei Campioni, ricevendo applausi a scena aperta. Tra i giocatori più coccolati Milito, con indosso la maglia di Zanetti e lo stesso capitano che, rivolgendosi ai tifosi, ha ricordato come la squadra si sia meritata la vittoria finale, cercata con convinzione ma "non senza difficoltà, già dopo il successo negli ottavi di finale contro il Chelsea". Poco prima dell'ingresso in campo, alla notizia che alcuni calciatori non sarebbero giunti a San Siro perché già in volo per raggiungere le rispettive nazionali attese al Mondiale in Sudafrica, i tifosi nerazzurri hanno subissato di fischi le parole dello speaker. Giusto qualche secondo, per poi tornare a celebrare la vittoria di Madrid: una trentina di minuti, mentre il sole compare all'orizzonte, prima dei saluti finali e il "rompete le righe" al termine di una nottata che nessuno, in casa Inter, potrà mai dimenticare.

MOURIHNO A MADRID - Assenti il presidente Massimo Moratti - rimasto a Madrid con l'amico e sponsor Marco Tronchetti Provera - e l'allenatore Josè Mourinho. Anche lui è rimasto in Spagna dopo l'addio annunciato in tarda serata. "Mi fa sentire una grandissima tristezza - ha detto il tecnico portoghese -, ma ora devo essere più freddo possibile, qui la storia è fatta, l’Inter non sarà più quella di prima. La percentuale di un addio è superiore a quella di restare". Mourinho ha spiegato di non avere ancora intavolato trattative con il Real Madrid, annunciando colloqui per lunedì. Secondo la stampa inglese e spagnola avrebbe raggiunto un accordo con il Real già venerdì, alla vigilia della finale. Il sito del quotidiano spagnolo Marca scrive che il progetto madridista dello Special One sta cominciando a muovere i primi passi e che manca soltanto la firma per celebrare il matrimonio tra il Real e il portoghese. Firma che, secondo Marca, dovrebbe arrivare tra martedì e mercoledì su un quadriennale da 10 milioni a stagione. Venerdì potrebbe essere il giorno della presentazione alla stampa. Il quotidiano spiega che il Real è già informato sulla sede scelta da Mourinho per il ritiro pre-campionato e sulle sue scelte di mercato per costruire il suo Real.

Redazione online

23 maggio 2010

 

 

IL TRIONFO

Doppietta di Milito, Inter nella storia

Battuto il Bayern 2-0, nerazzurri campioni 45 anni dopo

Doppietta di Milito, Inter nella storia

Battuto il Bayern 2-0, nerazzurri campioni 45 anni dopo

Diego Milito, il principe del Bernabeu

Diego Milito, il principe del Bernabeu

MILANO - L'esilio è finito. I ricordi in bianco e nero pure: 45 anni dopo, l'Inter è di nuovo campione d'Europa. Nella finale di Madrid, il Bayern Monaco è stato battuto 2-0, con una doppietta di Diego Milito ("sono felicissimo, una gioia mai provata"). L'argentino ha segnato al 35' e al 70' in una partita in cui la squadra di Mourinho è stata in difficoltà solo nella parte centrale della ripresa.

DINASTIA - Solo una squadra che si chiama Internazionale poteva vincere la Champions League schierando un solo giocatore italiano, Marco Materazzi, e nei minuti di recupero. Solo una squadra che si chiama Internazionale poteva vincere Coppe dei Campioni solo con dei tecnici stranieri in panchina: due volte Helenio Herrera, una con José Mourinho, che poco prima della premiazione è scoppiato in lacrime (abbracciando il presidente Massimo Moratti), ben oltre la commozione che era trapelata dal suo volto alla vittoria dello scudetto a Siena. Ma il cuore, l'anima della squadra sono italiani, milanesi, anzi milanesissimi e hanno un solo cognome: Moratti. Alla Grande Inter di Angelo succede la ormai altrettanto Grande Inter del figlio Massimo. Che, subito dopo la partita ha detto: "Mourinho voleva farmi piangere, ma ho visto che ha pianto lui. Speriamo che non sia senso di colpa... Siamo strafelici. la mia speranza è che questa coppa venga ricordata così come noi ricordiamo quelle degli anni Sessanta. È stata una bellissima emozione. La squadra ha sentito la responsabilità e ha giocato la partita perfetta. Per me è una grande emozione rivivere le stesse cose di tanti anni fa". Poi ha mollato i cronisti: "È un momento importantissimo, ma scusatemi, adesso vado ad abbracciare tutti". C'è da capirlo: quest'anno hanno vinto, in un meraviglioso crescendo, Coppa Italia, campionato e Champions League. In Italia non c'era mai riuscito nessuno.

IL CAPITANO - "Mancava questa coppa. Che è arrivata nel momento migliore della mia carriera", sono le parole del capitano Javier Zanetti. "È una coppa per tutti gli interisti. Per la mia famiglia, per il presidente Moratti. E anche per Peppino Prisco e Giacinto Facchetti". Di cui, ancora una volta, Esteban Cambiasso ha indossato la maglia nel momento del trionfo. Il legame tra la Grande Inter e quella di oggi è indissolubile.

Tommaso Pellizzari

22 maggio 2010(ultima modifica: 23 maggio 2010)

 

 

 

 

REPUBBLICA

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2010-05-23

Fantastica Inter: la Champions

la storia e l'addio di Mourinho

A Madrid si completa la indimenticabile stagione dei nerazzurri con la Coppa attesa da 45 anni. Consacrazione di un gruppo e di un tecnico di cui si possono criticare gli atteggiamenti, non il lavoro fatto su una squadra che ha acquisito una dimensione europea e vincente

di GIANNI MURA

Fantastica Inter: la Champions la storia e l'addio di Mourinho

ROMA - Ci sono inseguimenti di breve durata, altri che non riescono per tutta una vita. A Massimo Moratti sono serviti quarantacinque anni per raggiungere il traguardo sportivo cui era arrivato suo padre, Angelo, il papà buono della grande Inter. Diceva Mazzola, alla vigilia di questa finale che per l'Inter è stata una passerella allegra e per il Bayern una sofferenza continua, che appena lui e i suoi compagni cominciarono a sentirsi davvero la grande Inter, quella grandezza cominciò a diminuire.

Non so se accadrà lo stesso a questa Inter, indubbiamente grande, che ha vinto nella stagione tutto quello che poteva vincere. Non reggono i paragoni con la squadra di quarantacinque anni fa: era un'altra Inter, così come era un'altra Italia e un'altra Milano: pensare che esisteva ancora la classe operaia, la borghesia illuminata, il cabaret ma quello vero, e anche la vergogna per quelli pescati a rubare, e guai a non cedere il posto in tram agli anziani o alle donne incinte.

Lasciamo perdere, diciamo che era un'altra Inter perché il numero degli stranieri era limitato, perché la maggioranza, l'ossatura della squadra era sostituita da calciatori italiani, bravi anche. E quindi gli unici paragoni che si possono fare sono tra i registi, più arretrato Suarez, più avanzato Sneijder, e sugli allenatori. Il cognome Moratti è il forte filo che lega questa e quella squadra. Ci sono stati altri presidenti, tra Moratti padre e Moratti figlio, ma a molti è sembrato che con l'ingresso di Massimo in società l'Inter fosse, in un certo senso, tornata a casa.

Prima di coronare questo inseguimento, se ne è dovute sentire tante. Non tutte immotivate. La sua passionalità, da tifoso tra i tifosi, lo ha portato a scelte che con un po' di ragionamento non avrebbe fatto. Lo ha portato a essere bollato, prima ancora che nascesse il buonismo, come troppo buono, troppo tenero. E solo la simpatia a livello umano lo ha salvato dall'essere rubricato sotto l'etichetta di "ricchi scemi" che l'allora presidente del Coni, Onesti, riservava ai presidenti troppo spendaccioni.

 

Moratti ha speso parecchio, accumulando acquisti di perle vere e perle finte, autentici campioni e mezzi bidoni. Il tutto con l'affanno crescente del tempo che passava, dell'inseguimento che non andava in porto. Forse, e qui scatta la seconda similitudine, serviva un allenatore proveniente dalla penisola iberica, come già Helenio Herrera. Prima di Herrera, anche Moratti padre non aveva vinto nulla. Prima di Mourinho, Moratti figlio sì, ma non il trofeo più ambito, non quello che avrebbe riportato sentimentalmente e calcisticamente i conti in pareggio: la Coppa dei Campioni.

Sotto questa coppa ci sono idealmente tre firme che cominciano per M, come Milano: una è di Moratti, uno di Mourinho, una di Milito. La crescita dell'Inter, la sua maturazione devono a molto a Mourinho. Pur continuando a non condividere certi suoi atteggiamenti istrionici, e totalmente pro domo sua, bisogna ammettere che questo allenatore giramondo, che gira il mondo senza mai cambiare di una virgola, ha cambiato la faccia, l'anima e forse il destino di una squadra che in questi anni di rincorsa era più avvilita che vittoriosa, più irrisa che ammirata, più fragile che forte. Coi suoi metodi, che prevedono una totale intesa con tutti i giocatori (quelli che ci stanno, almeno) Mourinho ha creato un'Inter fortissima, che in Italia ha già firmato un ciclo piuttosto lungo e resterà, comunque si muova il mercato, la squadra da battere. Vincendo a Madrid, dettaglio non secondario, l'Inter ha anche lavorato per tutto il calcio italiano, salvando il quarto posto a disposizione per l'ingresso in Champions.

Non è stata una partita sofferta, e l'unica ombra è un mani di Maicon in area sullo 0-0 non visto o non sanzionato. La partita è filata via liscia grazie al lato debole del Bayern, la difesa, in cui i lanci di Sneijder per Milito hanno combinato disastri. Non c'era bisogno dei due gol di ieri sera, particolarmente bello il secondo, per definire Milito uno degli attaccanti più completi, e insieme più utili e umili, che si siano visti nel dopoguerra in Italia. Hanno giocato tutti bene, lui molto di più.

(23 maggio 2010)

 

 

 

 

HAMPIONS

Tv, in 14 milioni

per il trionfo Inter

Undici milioni e mezzo sulla Rai, quasi 2 e mezzo su Sky: questi gli ascolti della finale di Madrid, che ha monopolizzato la serata televisiva. Ottimi dati anche per la premiazione e per i programmi post partita

Tv, in 14 milioni per il trionfo Inter

* Capolavoro Milito di GIANNI MURA

* VIDEO - All'alba la festa a San Siro

* FOTO - Siti stranieri

* Giornali stranieri

* LO SPECIALE CHAMPIONS

ROMA - Quasi 14 milioni di persone davanti alla tv per la finale di Champions League. Grandi ascolti su Raiuno, con una media di 11 milioni 509mila telespettatori e uno share del 44,30%. L'incontro, che ha superato più volte i 12 milioni con picchi di share del 50 per cento, ha ottenuto nel primo tempo 11 milioni 90mila telespettatori con il 43.50 di share e nel secondo 11 milioni 908mila pari al 45.03. Ai dati della Rai vanno sommati i 2.379.541 spettatori raccolti da Sky, un dato record, con il 9,2% di share. Si tratta della partita di Champions League più vista in assoluto su Sky

Grandi ascolti anche per gli altri programmi tv legati alla sfida di Madrid: su Raiuno la diretta della premiazione, vista da 9 milioni 381mila telespettatori con il 40,11 di share, mentre la rubrica di Rai Sport "Novantesimo Minuto Champions" ha totalizzato 4 milioni 332mila telespettatori e il 29,12 di share. Il post partita di Sky è stato visto da 804.784 spettatori medi complessivi.

(23 maggio 2010)

 

 

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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2010-05-23

Doppietta di Milito, l'Inter sogna. Battuto il Bayern 2 a 0, i nerazzurri si aggiudicano la Champions League

di Cosimo Citotutti gli articoli dell'autore

L’Inter è campione d’Europa per la terza volta nella sua storia, fa tripletta, Grande Slam, chiude la stagione col pieno totale di titoli. Mourinho lascia da campione di tutto, Milano torna dopo tre anni e con l’altra squadra, la più pazza e meno abituata a queste altitudini vertiginose, sul tetto del Continente.

Un’Inter non padrona del campo, tutt’altro. Un’Inter cinica, serena, sofferente di fronte a un Bayern capace di controllare il pallone per quasi un’ora di gioco effettivo ma raramente pericoloso davanti. Partita dura, faticosa, bloccatissima. Brutta, ma contano, come sempre i gol. I due prodigi di Milito timbrano la notte del Bernabeu, 45 anni dopo Jair, una vita intera dopo i trionfi di Herrera, di Moratti padre, di quella squadra perfetta, invincibile. L’Inter vince, come allora, all’italiana: difesa, contropiede, attenzione maniacale ai dettagli e il campione che fa la differenza.

Complessissimo attaccare con logica un Bayern d’acciaio, freddo e immobile nel suo calcio scolastico, un 4-4-2 lento in cui brilla solo la stella di Robben. L’Inter sperimenta l’attesa, investe sulla velocità, sugli scambi stretti, sulla classe. Il vantaggio è un composto di tutto questo: la casualità di un rinvio di Julio Cesar che si trasforma in assist per Milito. Anticipo secco dell’argentino sul connazionale Demichelis, palla addomesticata per Sneijder, passaggio di ritorno per il Principe che attende un mirabile istante prima di colpire Butt. Una frenata che sbilancia il portiere, palla poi messa al centro esatto della porta. È il 35’.

Il taccuino è vuoto fino a quel momento, il primo tempo è brutto, lento, tesissimo. Un orrore di Maicon in area, un fallo di mano al 15’ che Webb decide di non sanzionare, ma è rigore netto. Al 17’ siluro di Sneijder su punizione, para Butt. Al 42’ scambio stretto Milito-Sneijder, tiro centrale dell’olandese a tu per tu con Butt. Bayern completamente assente davanti, eppure meglio messo in campo, un possesso superiore. Mancano gli uomini. Manca Ribery, che è mezzo Bayern. L’altro mezzo, Robben, è ben controllato da Chivu e tenuto al largo.

Nella ripresa l’iniziativa resta al Bayern, all’Inter i brividi, il contropiede, il gol. Lo segna Milito, è il 70’ e la storia finisce lì. Un gol fantastico del Principe: palla vagante recuperata sulla trequarti, dribbling sull’interno, porta spalancata, ancora una frenata, ancora un tiro perfetto. La differenza la fanno i campioni, e l’Inter ne ha di più. Ne ha uno, immenso, un centravanti che due anni fa giocava nel Saragozza, che a 30 anni assaporava per la prima volta l’Europa. E ora, dall’empireo del genio, per di più inatteso, sorride, esulta, piange, fa la croce uscendo dal campo, se ne va verso la notte del trionfo.

22 maggio 2010

 

 

 

 

Fenomenologia di Mou predestinato per vincere

di Darwin Pastorintutti gli articoli dell'autore

E, ora, cosa possiamo dirgli? Anche noi che lo abbiamo apprezzato sul campo, ma non le polemiche roventi, negli atteggiamenti di divo, nelle provocazioni continue? Dobbiamo solo dirgli: grazie. Per aver vinto tutto con maestria, con i fatti, schierando i campioni a disposizione al momento giusto e al posto giusto, predicando lo spettacolo, portando il popolo interista ad uscire dai ricordi e dai rimpianti per vivere, di nuovo, in una struggente realtà. I padri hanno ritrovato, nell'abbraccio dei figli, il filo di una memoria non più sbiadita: oggi l'Inter è padrona d'Europa, guarda tutti e tutte dall'alto verso il basso. Per questo il Real Madrid, con i suoi milioni spesi inutilmente, con le sue stelle cadenti, il suo pubblico smarrito, zero tituli, ha deciso di prendersi Mou: perché soltanto con lui, ha capito, può ritornare a vincere.

Non con i vezzosi Kakà e Cristiano Ronaldo. Mourinho, il Grande Antipatico, ma anche l'Assoluto Vincente, sa come costruire il successo, tra l'amore di pochi e l'odio di molti, trasportato da un ego senza precedenti, ma pure da un carisma unico: persino Helenio Herrera, il Mago, impallidisce al suo confronto, e non diciamo che erano altri tempi! "Nato per vincere", aveva visto giusto José Marinho, che scrisse la sua biografia (edita in Italia da cavallo di ferro) capendo subito l'anima del personaggio: nato per stupire, per dividere, per suscitare passioni sfrenate e furibonde invidie. Il calcio deve fare i conti con un prima e dopo Mou: il resto è accademia, già visto e già provato.

Quanto fastidio per certe sue comparsate televisive, ma quanta ammirazione per il suo coraggio, per quel saper sfidare gli uragani e le tenebre, mettendoci sempre la faccia, la storia, il presente e il futuro, e tutta la gloria non effimera del suo passato! E' esistito Diego Armando Maradona, il figlio di Borges, con le sue meraviglie; adesso l'idolo siede in panchina, ed è, come Fernando Pessoa, "una sola moltitudine". Le ultime vittorie ci hanno restituito l'uomo con i suoi sentimenti: le lacrime, il figlio sulle spalle, la bandiera portoghese in mano. Felice Madrid che potrà condividere le nuove stagioni di Mourinho; a noi non resterà che fare i conti con la consueta banalità.

23 maggio 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il SOLE 24 ORE

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2010-05-21

Inter campione tra gioia e rimpianto. Mourinho pronto per il Real

dall'inviato Massimo DonaddioCronologia articolo23 maggio 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2010 alle ore 17:46.

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MADRID - Non si fa nemmeno in tempo a gioire per la straordinaria stagione nerazzurra, culminata ieri con la conquista della Champions League, e quindi con la magica tripletta (campionato, coppa Italia e Champions) mai riuscita in Italia, che già si è distratti dal dopo, si è costretti a prendere atto dell' ormai imminente uscita di scena di Special One Mourinho. L'allenatore dei record, il regista del sogno nerazzurro, dopo il pianto liberatorio del Bernabeu e il regalo fatto al popolo dell'Inter può finalmente dirlo in maniera esplicita: a inizio settimana vedrà il presidente del Real Florentino Perez per parlare del nuovo progetto madridista per la prossima stagione.

 

Mou, dopo la vittoria, non si nasconde: "È quasi sicuramente il mio ultimo giorno all'Inter e c'è un po' di tutto, nostalgia, tristezza, qualche lacrima"."Se allenerò il Real – prosegue il portoghese - sarà perchè voglio sfide difficili e importanti e perchè il Real è un club enorme e vuole vincere cose importanti. Ma non è la maglia che vince, non sono i soldi, è la mentalità e questo è il mio orgoglio con l'Inter". Il progetto, quindi, prima di tutto, poi il mercato, che conoscendo Perez non dovrebbe essere un problema insormontabile.

In ogni caso il rapporto con l'Inter e con il calcio italiano per Mourinho sembra essersi definitamente esaurito. La conquista della Champions, oltre agli scudetti già raggiunti, era il vero obiettivo dell'uomo di Setubal, così come della famiglia Moratti. Raggiunta questa, ognuno può andare per la proria strada, come aveva già fatto capire Mou prima della finale, dicendosi per nulla interessato al mondiale per club e alla Supercoppa europea.

E poi il tecnico portoghese non ha digerito l'accoglienza riservatagli dall'ambiente calcistico italiano e non ha perso occasioni per ricordarlo, anche ieri sera: dell'Italia, "non mi è piaciuto vedere tante partite dalla tribuna, mi piace stare in panchina e quest'anno in due mesi ho visto quasi tutte le partite in tribuna e la mia squadra con dieci punti di vantaggio arrivare seconda". Probabilmente sono anche questi avvenimenti, e il sospetto di un complotto a suo danno e a danno dell'Inter, che debbono aver influito fortemente sulla decisione di Mourinho. L'idea di lasciare l'Italia era certo già stata presa dal tecnico portoghese prima della conquista della Champions (già un mese fa aveva deciso di non innovare l'iscrizione dei figli a scuola a Lugano).

Ora in casa Real Madrid è attesa la sua firma in capo a tre-quattro giorni, per un contratto quadriennale da 10 milioni a stagione. Venerdì, secondo il quotidiano sportivo spagnolo "Marca" potrebbe essere già il giorno della presentazione di Mou alla stampa.

E in casa Inter? Massimo Moratti avrà il suo bel da fare per rimpiazzare degnamente una figura vincente e di grande personalità come Mourinho. Ad oggi sono quattro allenatori i candidati più probabili alla panchina nerazzurra.

 

La prima soluzione individuata porta il nome di Fabio Capello, prossimo ad affrontare l'avventura dei Mondiali sulla panchina della nazionale inglese. L'ex allenatore di Milan, Real Madrid e Roma è uno dei pochissimi allenatori in circolazione in grado, forse, di non far rimpiangere Mourinho ai tifosi nerazurri, che lo hanno molto amato e si sono riconosciuti in lui: un'impostazione di gioco simile, un grande impatto sulla stampa, l'abitudine nella gestione di spogliatoi pieni di campioni, un carisma riconosciuto a livello internazionale. All'arrivo di Capello ci sono però ostacoli di tipo "diplomatico": da una parte è stato un allenatore simbolo dei cugini rossoneri, molto legato al presidente Berlusconi, dall'altra è stato allenatore della Juventus negli anni della Triade e, dopo lo scandalo Calciopoli non ha mai riconosciuto lo scudetto 2006 assegnato all'Inter dalla giustizia sportiva, dopo le sanzioni inflitte alla Vecchia Signora.

 

Prende corpo anche l'ipotesi Mihajlovic, che a fine campionato non ha nascosto il suo sogno di tornare all'Inter per mettersi al timone della squadra (dopo gli anni vissuti in nerazzurro come giocatore e come vice di Roberto Mancini). Il tecnico del Catania al momento sembra più quotato degli altri due candidati spagnoli: Rafa Benitez, ormai al capolinea della sua avventura al Liverpool, e Pep Guardiola, campione di Spagna con il grande Barcellona di Messi, Xavi e Iniesta. Guardiola si è detto pronto a continuare ad allenare i blaugrana, pur precisando di non volerlo fare per troppi anni, e le grandi d'Europa si sono già messe sulle sue tracce. Destino di una pazza Inter, dove la gioia immensa di queste ore si mescola anche ad un po' di rammarico. Adios, mister Mou!

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Una vittoria che vale 120 milioni

dal nostro inviato Luca VeroneseCronologia articolo23 maggio 2010

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2010 alle ore 18:51.

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MADRID - Il gioco efficace e micidiale; le emozioni; i gol spettacolari; e l'incontenibile gioia finale. La festa dei tifosi nerazzurri inizia dentro lo stadio e poi si prende anche le strade, la notte di Madrid, mentre anche Milano si vestiva di nerazzurro con Piazza del Duomo invasa da 100mila tifosi in estasi. È la festa dell'Inter che con il 2-0 al Bayern Monaco, doppietta di un grandissimo Milito, torna nella storia del grande calcio europeo dopo 45 anni di oblio, oltre a centrare una storica tripletta (avendo vinto nello stesso anno anche scudetto e Coppa Italia). In attesa di vedere come andranno a finire i tormentoni degli addii più o meno annunciati (il tecnico Josè Mourinho ha difatto ammesso ieri sera tra le lacrime che l'anno prossimo passerà al Real Madrid, lo stesso Milito ha prospettato qualche incertezza sul suo futuro), il club guarda oltre alla gloria.

 

Da giorni il centro più centro di Madrid, attorno alla Plaza Mayor è in mano ai tifosi arrivati dall'Italia che fino a un minuto prima della partita cantano e bevono con gli "avversari" tedeschi. Esultano bar, ristoranti e alberghi: per l'Uefa ci sono 120mila turisti-sportivi. La recessione spagnola per qualche giorno si è nascosta sotto gli striscioni e i cori del calcio, ma da oggi tornerà nel lavoro, nelle bollette da pagare, nella vita quotidiana anche della capitale spagnola. L'economia si sta riprendendo, ma troppo lentamente: il Pil è cresciuto di un misero 0,1% nei primi tre mesi dell'anno, la disoccupazione rimane sopra il 20% e il deficit vicino al 10% del Prodotto interno sta costringendo il governo di José Luis Zapatero a manovre correttive tanto drastiche quanto impopolari.

La Spagna, uno dei Pigs, i grandi malati dell'Europa, vive con invidia la festa nerazzurra di Champions League: quest'anno nemmeno il calcio ha salvato la patria. Il Barcellona di Lionel Messi non è riuscito a ripetere la stagione perfetta e in coppa è stato eliminato proprio dall'Inter. A Madrid dopo aver accettato con una smorfia le vittorie del 2009 degli storici rivali catalani hanno sperato nella rinascita dei galacticos con Cristiano Ronaldo, Kakà e tutti gli assi messi costati quasi 300 milioni di euro a Florentino Perez appena tornato alla presidenza del Real. E invece niente, hanno dovuto fare da spettatori. Sconfitta anche la Germania, solida nei fondamentali economici, affidabile nei conti pubblici, sana nei bilanci dei club del calcio, ma battuta sul campo da una squadra italiana.

La Germania di Angela Merkel che tanto si è battuta per frenare gli aiuti ai paesi a rischio default si è arresa, almeno sul terreno di gioco, all'Italia accorsa prontissima (e non senza interesse) al grido d'aiuto di Atene. Piangono a Monaco di Baviera, mentre più a sud, 500 chilometri più a sud, si fa festa. Il successo porta a Milano nelle casse della società nerazzurra un "tesoretto" di 120 milioni di euro, spiega una ricerca condotta Simon Chadwick esperto di marketing sportivo dell'università di Coventry. Ai premi Uefa si aggiungono i ricavi diretti dal merchandising globale, le sponsorizzazioni, i diritti televisivi e gli incassi al botteghino: in prospettiva in ogni negoziazione del settore commerciale ai dirigenti dell'Inter basterà mostrare il trofeo appena messo in bacheca per spuntare un consistente bonus.

Gli stessi asset del club andranno rivalutati: ogni giocatore - da Diego Milito, a Mario Balotelli, fino all'ultima delle riserve - avrà un valore di mercato più alto. Con la coppa, come successo sempre, anche nella storia recente, con i successi di Barcellona e Manchester, arrivano nuovi tifosi, nuovo pubblico, in Italia e nel mondo. "I club sono diventati molto più di club di calcio, sono brand globali, emozioni. E organizzazioni attrezzate per adattarsi al cambiamento. Con la vittoria l'Iter raggiungerà mercati tutti ancora da scoprire per il calcio, come la Cina e l'Africa dei Mondiali ormai imminenti", dice Paul Meulendijk, vicepresidente e capo delle sponsorizzazioni di MasterCard, gruppo che dal 1994 si è legato alla Champions. Vincere, da ultimo, aiuta a vincere, cambia la mentalità di giocatori e ambiente, incute rispetto nei prossimi avversari. Lo ripete sempre Mourinho, che dicono non farà ritorno a Milano per restare a con i bianchi del Real. Comunque vada lascerà a Milano tutta l'eredità di una favolosa stagione e la forza di una vittoria che i nerazzurri hanno inseguito per quasi mezzo secolo. Per l'Inter di Moratti la festa di ieri al Bernabéu e nelle strade spagnole potrebbe essere solo l'inizio.

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